Quote
"Sai come dice prevert? Fate pure entrare il cane sporco di fango, si può pulire il cane e si può lavare il fango ma per quelli che non amano ne il fango ne il cane, quelli no, non si possono pulire…"
Text

La violenza contro le donne è un problema internazionale

“Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo” diceva Ghandi.
La violenza contro le donne è un problema molto diffuso con gravi conseguenze sociali e sulla salute fisica e psichica delle donne. Si ripercuote per generazioni. E impone un cambiamento.


Miriam, Sonia, Maria, Grazia, Rossana, Rosalia, Anna, Teresa, Roberta, Shanaz Begum, Eleonora, sono alcuni nomi di donne uccise negli ultimi mesi da mariti, fidanzati, compagni.
Eleonora aveva solo 16 anni ed è stata ammazzata con tre colpi di pistola, stava andando in bicicletta a trovare la nonna.
A sedici anni il futuro ti sorride, vivi la vita con spensieratezza, sogni l’amore, ti fidi degli altri, credi a chi dice di amarti.
La vita di Eleonora e i suoi sogni sono stati bruciati da tre proiettili.
E mentre i quotidiani, la tv e la radio dedicano tempo, parole, dibattiti, servizi al campionato di calcio, interrogandosi sulla qualità dell’arbitraggio o sul giocatore più in forma, il tema della violenza contro le donne è trattato dai media, tranne poche eccezioni, con superficialità e approssimazione come se non ci riguardasse, come se la vita di Eleonora, la vita di tutte le altre donne umiliate, picchiate, maltrattate, uccise da uomini violenti fosse un problema lontano da noi, dalla nostra società.

La violenza contro le donne è un problema globale e come tale deve essere affrontato; è un problema degli uomini che agiscono violenza e degli uomini che non sono violenti; delle donne vittime di violenza che con coraggio la denunciano e delle donne che non la conoscono o in tanti casi non la riconoscono.

Per affrontare alla radice il problema è necessario che il tema della violenza di genere sia inserito nelle agende dei Governi, che ci sia un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le Istituzioni. Quando una donna viene picchiata, strangolata, accoltellata, acidificata, bruciata lo Stato, l’intera collettività è colpevole.

A conferma di ciò va ricordato quanto emerso nel corso della prima Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne nell’ambito della Presidenza Italiana del G8 nel 2009[1]. In quella sede è stata affermata la necessità di educare tutte le società ai valori dell’uguaglianza senza distinzione di “sesso, religione, razza, lingua, opinioni politiche, condizioni personali e sociali e di creare una grande alleanza tra tutti i Governi e la società civile per porre fine a ogni forma di violenza contro le donne”.

L’OMS considera la violenza di genere come una priorità per la sanità pubblica e una violazione dei diritti umani: un problema troppo spesso ignorato o sottostimato, anche perché una delle forme più comuni di violenza è quella domestica[2].

L’OMS definisce la violenza come “l’uso intenzionale di forza fisica o di potere, minacciato o messo in atto … che causa o che ha un’alta probabilità di causare lesioni, morte, danno psicologico, difficoltà nello sviluppo o deprivazione”[2]. Molte le forme di violenza subite dalle donne: l’abuso sessuale, fisico ed emozionale da parte del partner intimo o di altri membri della famiglia, la persecuzione (stalking), le molestie sessuali o l’abuso da parte di figure d’autorità, la tratta per lavoro forzato o sessuale, nonché le pratiche tradizionali come matrimoni imposti o di bambine, mutilazioni genitali femminili, delitti d’onore, e gli abusi sessuali sistematici in situazioni di guerra[3].

Come dimostra lo studio dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica condotto in 10 paesi[4], tra il 15% (in Giappone) e il 71% (Etiopia rurale) delle donne hanno subito violenza fisica o sessuale da parte del marito o di un partner.
L’ISTAT riporta che in Italia, nel 2006, quasi sette milioni di donne – tra i 16 e i 70 anni – sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita[5]. Il sommerso è elevatissimo ed è consistente anche la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite. Ciò accade perché la donna anche se vittima si sente in colpa e ha difficoltà a riconoscere la violenza subita come reato.

Le conseguenze sulla salute della violenza di genere sono gravi e poco conosciute, nonostante esista un’estesa letteratura sul tema.
Tra le morti da violenza contro le donne vanno annoverati i delitti d’onore (5.000 l’anno in tutto il mondo), i suicidi, gli infanticidi di femmine e le morti materne da aborto insicuro. In Italia, un omicidio su quattro avviene in famiglia e il 70% delle vittime sono donne[6]. Gli “omicidi passionali”, sempre più frequenti, esprimono il “declino dell’impero patriarcale”[7,8] e, antropologicamente, non si discostano dalla lapidazione dell’adultera prevista da alcune legislazioni arretrate. Il modo spesso giustificatorio in cui i media riportano le notizie degli omicidi: “accecato dalla gelosia…”, “con il diavolo in corpo…”, “dopo la lite lei lo lascia e lui la uccide…” tradisce la radicata solidarietà maschile a difesa del potere di genere.
La violenza contro la donna è associata alle malattie sessualmente trasmesse come HIV/AIDS, alle gravidanze indesiderate e a esiti negativi della gravidanza quali l’aborto e un basso peso alla nascita[3]. In diversi paesi dell’Africa sub-sahariana una donna su quattro subisce forzatamente la prima esperienza sessuale aumentando così il rischio di contrarre l’infezione da HIV[9].
La violenza causa inoltre problemi fisici (tra cui: cefalea, mal di schiena, fibromialgia, una vasta gamma di disturbi gastrointestinali), psichici e psico-sociali (ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare[10]). Al riguardo, l’indagine ISTAT riferisce che le donne che hanno subito violenze dai partner nel corso della vita accusano i seguenti disturbi[5]:

Effetto sulla salute%Perdita di fiducia e di autostima48,8Disturbi del sonno41,5Ansia37,4Depressione35,0Idee di suicidio12,3

I costi economici e sociali sono enormi: le donne soffrono di isolamento, hanno difficoltà a lavorare, a partecipare alla vita sociale, a prendersi cura di sè e dei propri figli.

L’OMS enumera i fattori individuali, familiari, della comunità e della società che accrescono il rischio di violenza contro le donne: bassa posizione socioeconomica e istruzione; dipendenza da sostanze; cattivo funzionamento della famiglia; marcata diseguaglianza di genere nella comunità e scarsa coesione sociale; società con norme che conferiscono insufficiente autonomia alle donne e restrizioni sul divorzio.
La prevenzione della violenza dovrebbe prevedere interventi che aumentino l’istruzione e le opportunità per le donne e le ragazze, e che riducano le diseguaglianze di genere. Nonché programmi per i ragazzi che crescono in famiglie con violenza domestica, in quanto vi è un rischio maggiore che diventino adulti violenti[11].

Il sistema sanitario dovrebbe impegnarsi meglio e di più per ridurre le conseguenze della violenza di genere, sia sul piano assistenziale che organizzativo: maggiore consapevolezza del problema;advocacy per le vittime; più informazioni sulle risorse disponibili per le donne vittime di violenza: assistenza legale, centri di assistenza per donne e bambini e sportelli anti-violenza. Svolgere, inoltre, la funzione di stewardship per ridurre le diseguaglianze di genere, di cui la violenza è a un tempo causa e conseguenza[12]. Tali diseguaglianze non sono peraltro da considerare in isolamento in quanto il loro impatto sulla salute si interseziona con altri assi delle relazioni di potere, quali le classi sociali e le razze[13]: è attraverso il gender mainstreaming – la strategia politico-sociale volta alla promozione dell’equità tra i generi e allo sviluppo di adeguate procedure amministrative – che tali diseguaglianze dovrebbero trovare risposta.

È in questo quadro che le Nazioni Unite lanceranno, nel gennaio 2011, la UN Entity for Gender Equality and Empowerment[14,15]: una nuova agenzia ONU che si occuperà dei problemi che affliggono le donne, dalla mortalità materna alla violenza, per ovviare alla scarsità di risorse e all’insufficiente coordinamento che contribuiscono a rendere difficile il contrasto alle questioni di genere.

Antonella Graziadei, Esperta di Pari Opportunità, e Enrico Materia, Lazio Sanità – Agenzia di Sanità Pubblica.

Bibliografia

  1. G8 International Conference on violence against women. August 2009.
  2. World Report on violence and health. Geneva: World Health Organisation, 2002.
  3. WHO | Violence against women.
  4. WHO Multi-country study on women health and domestic violence against women. Geneva: World Health Organisation, 2005.
  5. ISTAT. La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2006. ISTAT: 2007.
  6. Non da sola- donne insieme contro la violenza: dati.
  7. Marzano M. Ma Carmen adorée. La Repubblica 14 Luglio 2010.
  8. Spinelli B. Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Franco Angeli Editore, 2008.
  9. United Nations. The Millennium Development Goals Report 2010. New York: United Nations, 2010.
  10. Rayworth BB, Wise LA, Harlow BL. Childhood Abuse and Risk of Eating Disorders in Women. Epidemiology 2004; 15: 271-8.
  11. Djikanovic B, Jansen HA, Otasevic S. Factors associated with intimate partner violence against women in Serbia: a cross-sectional study. J Epidemiol Comm Health 2010; 64: 728-35.
  12. Payne S. How can gender equity be addressed through health systems? Copenhagen: World Health Organisation and European Observatory on Health Systems and Policy, 2009.
  13. Bates LM, Hankivsky O, Springer KW. Gender and health inequalities: a comment on the Final Report of the WHO Commission on the social determinants of health. Soc Sci Med 2009; 69: 1002-4.
  14. A new UN agency for women. The Lancet 2009; 374: 1038.
  15. Devi Shridar. A UN Agency for Women? Lessons from History. Globalhealthpolicy.net Aug 11 2010.
Text

Violenza contro le donne, è pandemia In Italia 651 omicidi in cinque anni

 Sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito aggressione sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre ad opera di mariti e familiari. La violenza domestica è una realtà quotidiana per oltre seicento milioni di donne. Domani la giornata internazionale contro la violenza fissata dall’Onu di EMANUELA STELLA Lo leggo dopo Sebbene in 125 paesi esistano leggi che penalizzano la violenza domestica, e l’uguaglianza tra uomini e donne sia garantita in 139, sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre a opera di mariti e familiari. Lo ha sottolineato Michelle Bachelet, direttore di UN Women, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebra in tutto il mondo il 25 novembre. “La violenza contro le donne ha la portata di una pandemia - sottolinea nel suo messaggio l’ex presidente cileno, che chiede ai governi di intervenire in modo deciso. - Oggi due paesi su tre hanno leggi specifiche che puniscono la violenza domestica, e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite indica nella violenza sessuale una tattica deliberata di guerra, eppure le donne continuano ancora a essere vittime di abusi. E questo non per mancanza di consapevolezza, ma perché manca la volontà politica di venire incontro ai bisogni delle donne e di tutelare i loro diritti fondamentali”. “Quando ero ragazzina in Cile c’era un detto, quien te quiere te aporrea, chi ti vuole bene ti picchia. E’ sempre stato così, sospiravano le donne; ma oggi questa violenza non può più essere considerata inevitabile e va identificata per quello che è, una violazione dei diritti umani, una minaccia alla democrazia, alla pace e alla sicurezza, un pesante fardello per le economie nazionali. E invece è uno dei crimini meno perseguiti nel mondo”. Seicentotre milioni di donne vivono in paesi nei quali la violenza domestica è considerata un fatto strettamente privato. Oltre 60 milioni di bambine vengono costrette a sposarsi, e sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali; mancano all’appello, in tutto il mondo, 100 milioni di bambine che non sono venute al mondo perché vittime della pratica dell’aborto selettivo; almeno 600mila donne ogni anno sono vittime della tratta a sfondo sessuale. Tutto questo in un mondo in cui due su tre adulti analfabeti sono donne, in cui ogni 90 secondi, ogni giorno, una donna muore durante la gravidanza o per complicazioni legate al parto, nonostante esistano conoscenze e risorse per rendere il parto sicuro. E da noi? E’ di pochi mesi fa la sentenza di un tribunale italiano che riconosce le attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. Ed è di questi giorni la notizia dell’assalto al tribunale di Velletri messo a segno da parenti e amici di tre ventenni, tutti italiani, condannati a 8 anni e sei mesi per lo stupro di una ragazza minorenne. Tutto questo in un paese in cui i femminicidi accertati sono stati negli ultimi cinque anni 651 (92 nei primi nove mesi di quest’anno). In occasione della mobilitazione internazionale, AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, si unisce alla richiesta di Amnesty International, che esorta l’Unione Europea e tutti i membri del Consiglio d’Europa a firmare e ratificare la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa. La Convenzione, adottata dalla Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa a Istanbul nel maggio 2011, è un trattato internazionale giuridicamente vincolante che contiene norme per la protezione delle vittime e il preseguimento dei colpevoli. La Convenzione, aperta agli stati membri del Consiglio d’Europa, all’Unione Europea e a qualunque paese la voglia adottare, entrerà in vigore con il deposito della decima ratifica. Fino ad ora la Convenzione ha ricevuto la firma solo di 17 paesi e dell’Unione Europea, e nessuna ratifica. “Affinché le donne si possano sentire sicure per strada, in ufficio e nelle loro case, Stati e Unione Europea devono potenziare tutte le misure per eliminare la violenza contro le donne, inclusa la prevenzione, la protezione, il procedimento giudiziario e il risarcimento. Il primo passo è aderire alla Convenzione, mettendo in primo piano il problema della violenza contro le donne”, dice Nicolas Beger, Direttore dell’ufficio istituzioni europee di Amnesty International. “È inaccettabile- sottolinea Daniela Colombo, Presidente di AIDOS - che ogni giorno in Europa 5 donne subiscano tuttora violenza. È prioritario che gli Stati del Consiglio d’Europa e l’Unione Europea ratifichino al più presto la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e pongano in atto misure per eliminare la violenza tra le mura domestiche, che costituisce la parte più consistente di tutte le violenze ai danni delle donne”. Molte le iniziative indette per celebrare la dodicesima edizione della Giornata internazionale. Il Nobel per la pace Shirin Ebadì, a Roma per la presentazione del libro “Tre donne una sfida. Da Kabul a Khartoum, la rivoluzione rosa di Shirin Ebadì, Fatima Ahmed, Malalai Joya”, della giornalista Marisa Paolucci, patrocinato da Telefono Rosa, incontrerà gli studenti delle scuole romane al Teatro Quirino (un recente sondaggio ha rivelato che il 65 per cento dei ragazzi delle scuole superiori ignora il significato del termine stalking). (24 novembre 2011)

(Fonte: http)

Quote
"Chi è nell’errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza."

— Johann Wolfgang von Goethe

Text

…violenza contro le donne e indagini istat…

Text

Quadro legislativo di riferimento

Quote
"Non abbiamo ancora festeggiato il quarto anniversario di matrimonio e sto andando a fondo. Non faccio più niente senza dubitare di me, non penso più, non esisto più, sono ormai solo una briciola sotto i tacchi di mio marito…"

 Cfr. Marguerite BINOIX, Picchiata. Milano, TEA, 2007, 121.

Text

…riuscire a sentirsi di nuovo al sicuro…

          La persona che è stata vittima di aggressioni o violenze sessuali può non sentirsi al sicuro all’ interno del suo corpo, sperimenta le sue emozioni e i suoi pensieri come fuori dal suo controllo, non si fida delle relazioni con gli altri. Il primo obiettivo da raggiungere per acquistare un senso di sicurezza alla vittima è farle recuperare il potere, potere sottrattole con forme di violenza e che ha portato il soggetto i rinunciare per sempre a quel senso di invulnerabilità che ciascuno di noi deve avere per poter sopravvivere. Nelle vittime qualsiasi forma di controllo sul mondo è svanita per sempre e questo le impedisce di provare entusiasmo e speranza, di volgersi alla vita con un pensiero positivo. La vittima deve essere consultata rispetto ai suoi desideri, offrendo tutte le possibilità di scelta compatibili con la preservazione della sicurezza; stadio che parte dal cercare di ristabilire un controllo sul proprio corpo e arriva al controllo dell’ ambiente.       

Qualsiasi tipo di terapia non può essere efficiente se il paziente vive in un ambiente che non sente sicuro; bisogna comunque tenere in considerazione che la sicurezza dipende non solo da fattori esterni ma anche dal grado di elaborazione del trauma.[1]                    

Le donne devono affrontare il trauma subito con le relative conseguenze e perseguire con tutte le loro forze un’importante obiettivo: la rinascita, affinché possano tornare padrone della loro vita.

         “Avevo eretto a virtù il silenzio, messo al fedeltà nel pantheon dei miei valori personali. Ho passato venticinque anni a passare il mio sogno di famiglia volendo pensare che fosse possibile rimettere insieme le briciole di una coppia che esplodeva. Volevo rispettare e accogliere la personalità di Raphael, dimenticando la mia”.[2]

         “Se oggi posso condurre una vita tranquilla a casa mia, vicino al mare, se ho potuto ritrovare il posto che mi spetta nella mia famiglia e nella società, è perché ho avuto la possibilità di ricominciare a ricostruirmi in una piccola struttura riservata esclusivamente a donne per la maggior parte vittime, come me, di episodi di maltrattamento. Vorrei che tutte potessero approfittare per trovare la stima in se stesse, fare progetti, VIVERE; cogliere il presente, veder passare con gioia le stagioni, amare le tiepide serate di primavera come le calde giornate estive o anche il freddo tagliente dell’inverno, farsi egoisticamente piacere senza provare sensi di colpa, ascoltare la propria voce interiore”.[3]



[1] Cristina ROCCIA, Dare il giusto significato alle cose che sono successe, in “La terapia psicologica del trauma e delle donne vittime di abuso sessuale nell’infanzia”, <http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=26>, 1.

[2] Cfr. Marguerite BINOIX, Picchiata, 197.

[3] Cfr. Marguerite BINOIX, Picchiata, 198.

Text

quando un adulto chiede aiuto per i traumi subiti da bambini

         Quando parliamo di elaborazione della esperienza vissuta ci riferiamo a diversi aspetti, che quindi devono tener conto anche di diverse situazioni e momenti nei quali si ha subito la violenza. Non è infrequente infatti che una donna possa chiedere aiuto durante l’età adulta per problemi che vanno fatti risalire ad abusi sessuali subiti durante l’infanzia o l’adolescenza. Spesso tali abusi, il più delle volte commessi all’ interno della famiglia, non sono mai stati raccontati a nessuno. Esistono dei divieti esterni degli adulti che hanno impedito al bambino di parlare o che hanno usato forme di intimidazione e dei divieti interni, dati dal bisogno della persona di mantenere la relazione affettiva di dipendenza nei confronti dell’ abusante, di salvaguardare la relazione familiare, o comunque dati dalle emozioni di colpa, di vergogna, di stigmatizzazione, di tradimento, che si sovrappongono alla possibilità di parlare.[1]

         Abusi e violenze sessuali sono parole inquietanti che aprono ferite mai completamente rimarginate e danno un senso d’asfissia per chi è stato una vittima di un abuso.

L’esperienza mostra che quando si calpestano delle tenere piantine, esse faranno difficoltà a riprendersi e non potranno mai assomigliare a quelle piante cresciute nella protezione di una serra; così sono i germogli umani che sono stati spezzati quand’erano teneri; anch’essi avranno profonde difficoltà a fidarsi, a svilupparsi completamente sul piano delle emozioni, della vita sociale, della moralità e della spiritualità. Perché possano ricominciare a crescere e a maturare, occorre prima che si liberino dalla terribile tara del passato”.[2]



[1]  Cristina ROCCIA, Quando un adulto chiede aiuto per traumi subiti da bambino, in “La terapia psicologica del trauma e delle donne vittime di abuso sessuale nell’infanzia”, <http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=26>,1.

[2]  Cfr. Nicola MARTELLA, Bambini abusati – Virgulti calpestati. Come uscire dal tabù e ottenere guarigione, in “Sesso e affini”(30-01-2009) <http://puntoacroce.altervista.org/_TP/A1-Bambini_abusati_S&A.htm>, 1-3.

Photo
         “Il fatto che fin da bambine le donne abbiano interiorizzato come &#8220;qualità&#8221; femminili il sopportare, il saper tacere, l&#8217;abnegazione, la disponibilità totale e la responsabilità del buon andamento della relazione, può produrre già di per sé un&#8217;asimmetria nella coppia in quanto codifica che da tali &#8220;virtù&#8221; ci sia qualcuno che ne trae vantaggio. E se queste &#8220;qualità&#8221; conferiscono alla donna identità e una percezione di sé come detentrice di un ruolo, l&#8217;allontanarsene può significare il venire meno a principi morali fortemente radicati con i sensi di colpa”
Tratto da: Cfr. Giuliana PONZIO, Crimini segreti. Maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia, 23.

         “Il fatto che fin da bambine le donne abbiano interiorizzato come “qualità” femminili il sopportare, il saper tacere, l’abnegazione, la disponibilità totale e la responsabilità del buon andamento della relazione, può produrre già di per sé un’asimmetria nella coppia in quanto codifica che da tali “virtù” ci sia qualcuno che ne trae vantaggio. E se queste “qualità” conferiscono alla donna identità e una percezione di sé come detentrice di un ruolo, l’allontanarsene può significare il venire meno a principi morali fortemente radicati con i sensi di colpa”

Tratto da: Cfr. Giuliana PONZIO, Crimini segreti. Maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia, 23.